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PAROLE VIETATE: COME SI BLOCCA LA LIBERTÀ DI PENSIERO

stile di vita Jun 09, 2022

Viviamo in “un clima opprimente, fatto di censura e intimidazione”. La denuncia è dell’ultimo saggio di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, il “Manifesto del libero pensiero”, dove si analizza con lucidità e preoccupazione l’uso sconsiderato, imbarbarito e strumentalizzato della parola nel mondo di oggi.

Che il 51% dei quindicenni italiani (dati Istat del 2022) non sia in grado di comprendere un testo scritto costituisce già di per sé un gravissimo allarme per il futuro del nostro Paese. Ma quanto alla capacità e alla possibilità di padroneggiare con libertà il lessico, non pare che la nostra società adulta sia messa meglio. “La parola oggi è sofferente. Una grande cappa aleggia sopra di noi”. Oltre ad essere svilito e degradato sui social, storpiato e sgrammaticato dal profluvio di messaggi veloci che nessuno neppure per caso si sogna di rileggere (e correggere), il nostro linguaggio è anche in realtà “imbavagliato”, cioè non riesce mai ad essere veramente libero. Se fino agli anni Settanta la censura era “di destra” e la libertà di espressione “di sinistra”, dato che la cultura dominante era considerata autoritaria e conservatrice, dagli anni Ottanta in poi il progressismo ha pervaso sempre più la coscienza collettiva, dando origine lentamente ma inesorabilmente al politically correct. Perché essere progressisti significa oggi anche diventare “legislatori del linguaggio”, cioè dettare le norme nell’uso delle parole. Con l’arrogante presunzione di stabilire come dobbiamo chiamare le cose e le persone, l’intellighenzia di sinistra crede di “generare comportamenti nuovi e virtuosi”.

Se metto al bando parole come “negro”, “cieco”, “spazzino”, “bidello” e “donna di servizio”, sostituendole con “nero”, “ipovedente”, “operatore ecologico”, “collaboratore scolastico” e “collaboratrice familiare”, diventerò sicuramente più democratico e rispettoso? Una lettura veloce dei messaggi dei tanti “haters” (odiatori) che affollano i nostri social, smaschera immediatamente la pia illusione che il disprezzo per gli altri si cancelli semplicemente cambiando le parole. Anzi, sicuramente i vocaboli tradizionali usati da un numero infinito di scrittori, e oggi censurati, erano comunque in grado di suscitare profondo rispetto per quelle categorie, attualmente solo in apparenza protette. Del resto Mastrocola e Ricolfi, nel loro Manifesto del libero pensiero (La nave di Teseo), non sono certo i primi a denunciare l’ipocrisia e la sopraffazione verso il sentire dei ceti popolari, unitamente alla pretesa di imporre un modo di parlare tutt’altro che spontaneo. Già Natalia Ginzburg riconosceva che “nella società attuale è stato decretato l’ostracismo della parola cieco e si dice invece non vedente… con l’idea che in questo modo i ciechi saranno più rispettati. La controprova è che in realtà non è nata alcuna forma di solidarietà e di sostegno e invece l’Istituto dei ciechi ha coraggiosamente mantenuto il nome tradizionale […] È pura ipocrisia pensare che chiamare anziani i vecchi, o colf le donne di servizio, li renda oggetto di maggior attenzione e riguardo”.

L’introduzione di un linguaggio artificioso, che non corrisponde al sentire e al parlare della gente comune, ci costringe a manifestare il nostro vero pensiero solo nel privato, dove ci possiamo esprimere con l’abituale lessico quotidiano. Infatti le parole politicamente corrette spadroneggiano incontrastate in scuole, università, istituzioni, giornali, cinema e tv, aziende private e compagnie aeree, e naturalmente nei giganti del web. Decenni di termini “aggiornati” hanno cambiato a tal punto le persone che sono diventate sempre più permalose, e si considerano ormai delle vittime semplicemente perché sentono una parola sgradita. Ecco così una nuova generazione di giovani che temono di essere colpiti nella loro sensibilità individuale. Certe espressioni, alcuni passi della letteratura, potrebbero turbarli: siamo giunti nella inedita “era della suscettibilità”. Un esempio recente su tutti: l’OMS ha deciso di non chiamare le varianti Covid col nome del Paese in cui sono state individuate (Cina, India…), perché sarebbe “stigmatizzante e discriminatorio”. Meglio usare una lettera dell’alfabeto greco. E se i greci si offendessero?

L’ultima insensata frontiera è l’uso neutro del pronome maschile per indicare una persona indipendentemente dal “genere” (non si può più dire “sesso”). Così, “puoi anche aver inventato un farmaco salvavita, ma se vuoi pubblicare i tuoi risultati su una rivista seria non puoi permetterti di usare i pronomi come si è sempre fatto tranquillamente per migliaia di anni, senza che nessuno si offendesse”. E che dire della proposta di sostituire la parola patria, decisamente troppo maschilista, con il termine matria? E forse il vocabolo history dovrebbe cedere il passo a herstory, come se quell’his fosse un pronome possessivo riferito a un soggetto maschile (mentre her è riferito a un soggetto femminile)? Questi goffi tentativi di cambiamento, che sfiorano il ridicolo, non devono solo farci sorridere. “La deriva della lingua” infatti è un processo di evoluzione spontaneo che nasce dal basso: solo i regimi totalitari hanno la pretesa di cambiare la lingua dall’alto. Orwell, con la neolingua del suo celebre romanzo 1984 ce lo mostra mirabilmente. E l’informatica dà una mano nella lotta contro chi non si allinea al “politicamente” (Mastrocola e Ricolfi parlano addirittura di “follemente”) corretto. Si installano persino nuovi strumenti di censura tecnologica fondata su algoritmi e programmi di intelligenza artificiale, incaricati di scovare tutto ciò che può apparire lesivo di qualche sensibilità giudicata degna di protezione, naturalmente secondo la visione del mondo dominante. Per esempio, parlare di utero in affitto è sicuramente disdicevole, mentre l’espressione maternità surrogata appare più soft e lontana da una qualsivoglia realtà di compravendita di bambini, quale in realtà questa pratica sempre più diffusa effettivamente è.

Per la mentalità dominante la parola da usare deve essere quella giusta anche per “nascondere” situazioni nuove, ma in realtà artificiose e contrarie al buon senso. Così la compagnia aerea tedesca Lufthansa non saluterà più i passeggeri con “gentili signore e signori”, ma con un semplice “buongiorno”, adottando formule più inclusive che non offendano ad esempio eventuali temporanee transizioni di genere… La parola magica oggi è proprio inclusività, accompagnata sempre più spesso da sostenibilità, che si tratti di un concerto, di un’azienda e persino di un semplice vestito. Tuttavia è evidente che questa non è la strada per insegnare il rispetto delle “diversità”, tanto caro ai progressisti. Il rispetto si impara se si viene educati, da quando si nasce in famiglia. Senza bisogno di cancellare nulla del passato, che ci aiuta invece a pensare. Altro che cancel culture! Al posto dei divieti linguistici Mastrocola e Ricolfi elevano un inno all’ironia, che ci permette di guardare al passato con quel distacco che ci rende liberi di leggere e guardare tutta la cultura che abbiamo ereditato dai nostri predecessori. Meno vincoli e più libertà ci permetteranno di ritrovare quello spirito critico e non sottomesso di cui il mondo oggi ha tanto bisogno.

Chiara Pajetta

L.N.B.Q.

 

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