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IL RIPOSO CRISTIANO, COME GESÙ COMANDA

riflessione Sep 01, 2021

Il riposo che Gesù ordina è quello che Lui dona a tutti gli affaticati. Ed è lo stesso riposo che, sempre Matteo, indica nel versetto successivo come, riposo per l’anima, quello che solo il giogo di Cristo può dare. Appunti evangelici per questi giorni di riposo agostano. 

Mi ha sempre colpito la tenerezza con cui Gesù ha guardato i suoi amici, quando li ha visti affaticati dagli impegni della missione e li ha invitati a riposarsi. Un’attenzione rivolta a quelli che noi chiamiamo discepoli, apostoli, e che nella lingua dello stesso Gesù venivano definiti šlīḥyn  (שליחין), gli inviati, i messaggeri, i portatori dell’Annuncio. Proprio ai suoi affaticati šlīḥyn, ci riferisce Marco (6, 31), il Signore dà un ordine: «Venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un po’».

Non è un suggerimento («se volete, potete anche riposarvi»), ma è una precisa disposizione, per quanto dettata da un’amorevole preoccupazione. Nel testo aramaico del Vangelo di Marco, il verbo che usa Gesù, tetenyḥw ha la forma imperativa. E ha anche un significato particolare. La radice verbale נוח (nwḥ), infatti, esprime il concetto di riposo non solo fisico (interrompere i movimenti e ogni attività), ma anche spirituale. Significa assumere un atteggiamento di quiete e pace interiore, trovare ristoro ed essere alleviati dalle preoccupazioni, essere sollevati dal peso delle inquietudini.

Non è un caso che lo stesso verbo (nwḥ) venga utilizzato nel Vangelo di Matteo (11, 28), quando Gesù dice: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò».

Il riposo che ordina agli šlīḥyn è quello che Lui dona a tutti gli affaticati. Ed è lo stesso riposo che, sempre Matteo, indica nel versetto successivo come “nyḥ lnaps” (ניח לנפש), riposo per l’anima, quello che solo il giogo di Cristo può dare. Nwḥ è anche la grande bonaccia che segue il miracolo con cui Gesù placa la tempesta sul lago di Genezareth, raccontato da Marco (4, 39), e la pace ristoratrice che scende su coloro che accolgono gli šlīḥyn, gli inviati del Signore, i messaggeri di Gesù, gli annunciatori della Buona Novella (Lc.10, 6).

La radice verbale nwḥ è pure usata per indicare il ristoro consolatore che il Signore dona, dopo il pentimento e il cambiamento di vita, quel ristoro di cui parla Pietro durante il suo celebre discorso nel tempio (At 3, 19). È utilizzata anche per esprimere il ristoro consolatore ben meritato dal povero Lazzaro nella parabola del ricco epulone (Lc 16, 25).

Se, però, non è cristocentrico, anche il nwḥ è destinato ad assumere una connotazione negativa. Lo spiega bene Luca (12, 16) nella parabola dell’uomo ricco la cui campagna aveva dato un buon raccolto. Costui, nell’illusione di essere artefice del suo destino, giunge a progettare il proprio futuro: «Demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia». Sappiamo tutti com’è poi andata a finire per quell’uomo. Non è il nwḥ dei cristiani, quello che fa dire ad un uomo: «Anima mia riposati, mangia, bevi e datti alla gioia». Come ci ha insegnato san Benedetto, il lavoro materiale dell’uomo è importante solo nella misura in cui lo rende collaboratore dell’opera creatrice di Dio». E non è un caso, a questo proposito, che nwḥ sia proprio la radice verbale che indica anche il riposo di Dio: «E Dio si riposò nel settimo giorno da tutte le opere sue» (Eb 4, 4).

Gesù, quindi, invita i suoi a riposarsi. Aggiunge anche un aggettivo interessante: qalīl (קליל), tradotto con «un po’», ma che significa piuttosto «quanto necessario». Il riposo non è di per sé un fine, e non se ne deve abusare. Qalīl significa, il tempo giusto, né troppo né troppo poco. Un interessante indicazione per chi volesse programmare un momento di riposo nella propria vita.

Gesù indica anche un luogo preciso dove riposare: dabar (דבר), un luogo isolato. Il primo significato di dabar è campo per il pascolo alto, significato esteso poi ad indicare qualunque area appartata, desertica, lontana da insediamenti abitati. Per il cristiano di oggi questo non significa fare escursioni esotiche nel Sahara, quanto piuttosto cercare uno spazio solitario in cui pensare, meditare, ascoltando il silenzio, il nostro cuore, la voce di Dio che cerca di parlarci nel nostro intimo più profondo. Se non riusciamo a trovare il nostro dabar, rischiamo fortemente di cadere nella superficialità, di disperderci in mille cose, finendo poi per vivere totalmente condizionati dalle circostanze della realtà. Diventa fondamentale trovare lo spazio per esercitare la propria capacità di distacco critico dalle cose, che è, poi, l’unica vera possibilità che abbiamo di dominare davvero il fluire, spesso caotico e scomposto, delle vicende e delle esperienze della vita quotidiana. La vita è un viaggio, non una corsa sfrenata verso non si sa bene cosa. E come tutti i viaggi, necessita di soste.

L’estate, com’è noto, è una condizione privilegiata per la sosta. Dovremmo approfittare di questa preziosa opportunità non solo per distaccarci dal ritmo concitato della vita, quanto piuttosto per stabilire un rapporto più armonico con le cose, le persone e, soprattutto, con noi stessi e con Dio. È giusto passare un po’ di tempo dialogando con gli amici, leggendo un buon libro, contemplando in silenzio la natura, rilassandosi. Ma questo non è sufficiente se non diventa il nwḥ cristiano.

Il verbo che Gesù utilizza nel suo comando è t’aw (תו), «venite», non «andate». Il Signore ci invita a riposarci, ad andarcene in disparte certo, ma con Lui, per ritrovare l’essenziale, il senso, il centro della nostra vita, per guardarLo negli occhi, per fidarci di Lui, per affidarci a Lui, e per rigenerarci. Solo così possiamo essere nuovamente pronti per la missione che ci attende come cristiani. Esattamente come i primi šlīḥyn che ebbero la grazia di provare personalmente l’esperienza del nwḥ con il Messia vivente.

Gianfranco Amato

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