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17 maggio 2019
In data 15 maggio 2019, sul quotidiano “sole 24 ore”, nell’inserto dedicato alle norme e tributi, sotto il titolo: “Il testimone  di Geova  può nominare un tutore per opporsi alle cure”, è stata messa  in risalto una sentenza della Corte Suprema di Cassazione (sent. n. 12998, anche se in realtà si è trattato  di una Ordinanza) che, in riforma di un provvedimento del Giudice tutelare prima e della Corte di appello poi,  avrebbe ammesso  in astratto la possibilità  della nomina di un amministratore di sostegno, nella fattispecie la moglie, a cui attribuire la facoltà di opporsi alle trasfusioni di sangue del marito, affetto  da una grave malattia, denominata Mav ( Malformazione  artero-venosa  che può portare crisi emorragiche con perdita di coscienza), allorché si fosse trovato  in una condizione futura tale da essere  incapace  di esprime il proprio assenso o dissenso alla trasfusione di sangue.  Il commento è utile per evitare fraintendimenti che potrebbero fuorviare anche gli stessi addetti ai lavori.

 
Nella citata sentenza ( rectius Ordinanza), la Suprema  Corte, scrive l’articolista,  ricorda che “compito dell’ordinamento è quello di offrire supporto e massima solidarietà nelle situazioni di debolezza e di sofferenza. E prima ancora c’è il dovere di verificare che il rifiuto delle cure sia informato, autentico e attuale. Ma  se questi  requisiti ci sono non c’è una possibilità di disattenderlo in nome del dovere di curarsi come principio di ordine pubblico. Né il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando ha come conseguenza la morte, può essere scambiato per un’ ipotesi  di eutanasia. Perché il no alle cure esprime piuttosto la scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso. Considerazioni che assumono connotati ancora più forti, quando il no alle terapie deriva dall’espressione di una fede il cui libero esercizio è affermato dal’art. 19 della Costituzione”.

 
L’errore che potrebbe scaturire dalla succitata sentenza ( rectius Ordinanza)  della Corte  di Cassazione, se non interpretata correttamente,  è quello di ritenere che, in nome di Dio, si può morire,  anche quando una semplice e banale trasfusione di sangue  potrebbe, non solo salvare la vita di una persona, ma  permettergli  anche di tornare alle  normali occupazioni.

 
Le norme Costituzionali a cui tutte le confessioni religiose devono fare riferimento non è tanto  l’art. 19 della Costituzione, che concerne solo il diritto di professare la propria fede religiosa, in forma individuale o associata,  in pubblico o in privato, a condizioni che i riti non siano contrari al buon costume ( dunque anche al pudore sessuale), bensì soprattutto gli artt. 4, comma 2, e 8 e 32 della Costituzione Repubblicana.
 
E’ forse progresso sociale, ai sensi dell’art. 4, comma 2, della Costituzione, autorizzare la morte di una persona in nome di Dio, legittimandola a rifiutare una semplice  e banale trasfusione di sangue che potrebbe salvarle la vita e permetterle di continuare a vivere normalmente? Sono  forse conformi all’art. 8 della Costituzione quegli  statuti confessionali religiosi  che arrivano a disprezzare la propria vita in nome di Dio? E’ forse conforme all’art. 2 della Costituzione Repubblicana (diritti inviolabili della persona)  consentire alla persona di morire in nome di Dio, semplicemente rifiutando una trasfusione di sangue perché Dio non vuole? E’ forse conforme all’art. 32 della Costituzione Repubblicana, che sancisce il diritto alla tutela della salute come interesse singolo e collettivo, quello di  morire solo perché Dio avrebbe detto no alle trasfusioni di sangue?

 
Sul piano pratico, dunque, che differenza c’è tra chi afferma:  “muori perché non vali a niente” e  chi  afferma  “muori perché  Dio lo vuole?”.  In entrambi  i casi è istigazione al suicidio!

 
Con specifico riferimento ai Testimoni di Geova, è opportuno ricordare che, negli anni 1980 circa, gli adepti morivano piuttosto che accettare il trapianto di organi, perché così voleva Dio. Qualche anno dopo però “quel Dio” ( rectius “Corpo Direttivo americano”)  ha cambiato idea, nel frattempo però quante sono state le persone che hanno preferito morire piuttosto che accettare i trapianti di organi?

 
Altra cosa, invece, in base anche alla normativa sul fine vita, è la  legge  22 dicembre 2017, entrata  in vigore il 31 gennaio 2018, successivamente all’instaurazione del procedimento avanti alla Corte Suprema di Cassazione, da cui è scaturita l’ordinanza in commento, ovvero la n. 12998.  Tale legge autorizza il malato,  divenuto incapace, ad esprimere la propria volontà tramite un fiduciario ed a rifiutare le cure,  quindi anche le trasfusioni di sangue, nei casi di malattia terminale oppure nei casi in cui il malato sarebbe costretto a vivere in condizioni pietose ed inumane  se continuasse a procrastinare la propria vita  attraverso  cure che non potrebbero risolvere in modo definitivo la grave malattia di cui è affetto.

 
Alla luce di quanto sopra esposto, dunque, da un’attenta lettura della sentenza (rectius  Ordinanza) n. 12988/19, emerge che la Suprema Corte  si è trovata di fronte ad un caso molto particolare riguardante un uomo affetto da  una gravissima patologia  (chiamata “MAV”, malformazione artero-venosa che, come riporta l’articolista della rivista diritto e giustizia on line del 16 maggio 2019,  comporta emorragie continue con conseguente istaurarsi di shock emorragico e  rapida perdita della coscienza e compromissione delle funzioni vitali con  gravi difficoltà nell’eloquio), che necessita di continue e reiterate trasfusioni di sangue dovute alle continue e reiterate crisi emorragiche: trasfusioni ritenute necessarie per la cura ma non certamente risolutive della grave patologia.

 
In questo contesto, dunque, se l’uomo si trovasse  in uno stato di incoscienza, la moglie, nominata amministratore di sostegno, potrebbe rifiutare le trasfusioni di sangue  per il marito. La questione religiosa in questo caso influisce molto relativamente, perché nelle medesime condizioni fisiche, anche altre persone potrebbero optare per il rifiuto alla trasfusione di sangue, dal momento che ciò che assume fondamentale rilievo è la presenza di una gravissima malattia (artero-venosa)  e il fatto di essere o meno testimoni di Geova  ha un rilievo del tutto insignificante e marginale.
 

Avv. prof. Nevio Brunetta consulente dell’associazione Quo Vadis a.p.s. di Modena

 
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