Noa e la sconfitta della civiltà. - Quo Vadis aps

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7giugno 2019
Noa e la sconfitta della civiltà
 
In Olanda l’abominio ha assunto la forma più diabolica: la soppressione “legale” di una diciassettenne affetta da anoressia in seguito allo stupro subito da bambina.  Come in un “sabba demoniaco”, viene sacrificata una innocente sull’altare di un’algida e disumana tecnocrazia, senza Dio e senza un barlume di umanità. La “cultura dello scarto” sta progressivamente contaminando come un veleno l’opinione condivisa attorno ai temi cruciali della vita e della morte.

Noa Pothoven ha davvero «vinto» la sua battaglia, come scrive Repubblica, lasciandosi morire di fame e di sete domenica, nel salotto di casa sua addobbato con palloncini colorati, ad Arnhem, in Olanda?!?  I giornali italiani continuano a illudersi che 17 anni di morte legalizzata e assistita dallo Stato non abbiano contribuito a questa tragedia.  

I genitori di Noa Pothoven volevano che «Noa scegliesse la strada della vita». Ma non sono riusciti a convincerla e nessuno li ha aiutati a salvarla! La diciassettenne si è lasciata morire “assistita dai medici”.
 
“Troppe persone qua da noi si buttano sotto i treni e la gente si lamenta. Lo Stato ha preso in mano la vita delle persone. Non c’è famiglia, non c’è Dio”, una fonte olandese di In Terris ha descritto con queste parole il contesto in cui Noa Pothoven è morta. La ragazza era nata nel 2001 nella città di Arnhem: a 11 anni è stata molestata sessualmente a una festa e poi di nuovo l’anno successivo.
A 14 anni, invece, due uomini l’hanno stuprata in strada; ha continuato a vivere con enormi disagi psichici,
soffriva di stress post-traumatico e di anoressia.

Domenica 2 giugno 2019 nel letto di ospedale allestito nel salotto della sua casa, la ragazza è morta di stenti, assistita da un’equipe di medici che sembra le abbia indotto una “dolce morte”.  Per questa ragione il ministero della Salute olandese ha avviato “un’ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un’indagine
”per accertare “il tipo di cure ricevute da Noa e se ci sia stato qualche errore”.
 
I SUOI SFOGHI SUI SOCIAL: UN DISPERATO GRIDO DI AIUTO
 
Noa era depressa, non aveva patologie incurabili, anzi, in uno straziante libro affidava i suoi pensieri ad un uditorio
di cinica indifferenza. Nessuno chiede di morire, la morte sopraggiunge quando si smette di sentirsi amati.
 
“La ragazza era famosa in Olanda – racconta ad In Terris un cittadino olandese che parla italiano – da anni lottava per avere strutture dedicate al ricovero di minori che vivono la sua stessa situazione” a cui il governo di Amsterdam non fornisce l’assistenza necessaria. Per raccogliere fondi per questa causa, Noa aveva deciso di raccontare la sua terribile esperienza in un libro intitolato “Winning or Learning” (Vincendo o Imparando), pubblicato nel 2018.
 
La stessa madre, come riporta l’agenzia Sir, aveva parlato più volte con la stampa, accusando il sistema sanitario olandese di “enormi liste di attesa” per ricevere le cure specialistiche e l’assistenza necessaria per gli adolescenti che soffrono degli stessi disturbi di Noa.  Non riuscendo a convivere con il trauma degli abusi, Noa Pothoven ha maturato il desiderio di morire. I genitori non ne hanno mai saputo nulla fino a quando la madre, Lisette, non ha scoperto in camera della figlia una busta di plastica piena di lettere di addio ai genitori e agli amici. «Sono rimasta scioccata», dichiarava la mamma l’anno scorso al giornale olandese De Gelderlander. «Non l’avevamo capito.
Noa è dolce, bella, intelligente, gioiosa. Com’è possibile che voglia morire? Nessuno ci ha mai dato una risposta.
Ci siamo solo sentiti dire che la sua vita non era più significativa. Solo da un anno e mezzo sappiamo quale segreto ha portato con sé nel corso degli anni».
L’addio su Instagram

I profili della giovane, dopo la pubblicazione del libro, erano diventati il suo mezzo principale di comunicazione,
da lì la scelta di affidare ad Instagram il suo testamento: “Dopo anni di combattimenti la guerra è finita. Dopo molte conversazioni e valutazioni è stato deciso di lasciarmi andare perché la mia sofferenza è insopportabile.
È finita. Non sono davvero viva da così tanto tempo, sopravvivo, e nemmeno quello. Respiro ma non vivo più”.
 
In Olanda nel 2017, oltre ai 6.585 casi di eutanasia, si sono suicidate 1.900 persone e altre 32mila sono arrivate alla morte con sedazione terminale molto anticipata. Come scritto in una inchiesta del The Guardian un quarto di tutte le morti nel Paese (150mila circa) sono state indotte dall’uomo stesso.  
Su 6.126 casi nel 2018 quasi 70 persone hanno ottenuto l’eutanasia non solo pur non essendo malate terminali,
ma anche non soffrendo di alcuna patologia che non fosse relativa a condizioni psichiatriche.

                                                                      Le reazioni
 
La legge sull’eutanasia è entrata in vigore dal 2001, “fino ad oggi però almeno ufficialmente non si era verificato un caso come quello di Noa, caratterizzato da disturbi psichiatrici. Evidentemente la breccia apparentemente aperta solo per alcuni casi, ha trascinato con sé molto di più di quello che aveva stabilito” ha commentato a In Terris Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita. “Fa riflettere quanto scritto da Noa su Istagram: ‘non ero viva da troppo tempo, sopravvivevo e ora non faccio più neanche quello. Respiro ancora, ma non sono più viva’.
Quanti potrebbero dire la stessa cosa, in momenti difficili della vita dove l’angoscia e il buio sembrano prendere il sopravvento?
La risposta non dovrebbe assecondare la morte organizzandola, né in ospedale né a domicilio, ma ridare,  per restare in tema, la vita a chi si trova nella sofferenza: cura e amore; amore e cura”.

Parla di sconfitta la leader di Fratelli di Italia Giorgia Meloni, che in un post su Facebook si è detta sconvolta:
“Noa Pothoven ha chiesto e ottenuto l’eutanasia. Noa aveva 17 anni. Era stata stuprata, e non si era mai ripresa.
La sua morte è una sconfitta per tutti: è la sconfitta di un’intera civiltà che ha smesso di difendere la vita, è la sconfitta di un’Europa che non riesce a stare a fianco alle donne vittime di violenza. Con la morte di Noa il suo stupratore ha vinto due volte. E non è giusto”, ha concluso Giorgia Meloni.

Papa Francesco ha espresso un pensiero sulla vicenda in un tweet: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza“.

Anche il tweet della Pontificia Accademia per la vita parla di una sconfitta: “La morte di Noa è una grande perdita
per ogni società civile e per l’umanità. Noi dobbiamo sempre affermare le ragioni positive per la vita”.
 
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Antonio Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente del Congresso
di Verona e di Pro Vita & Famiglia. “Non si parli di ‘civiltà’, perché piuttosto come dice il Papa l’umanità è chiamata a non abbandonare mai chi soffre. In Italia, a parte questo caso, sta per arrivare la legge sull’eutanasia e fa davvero rabbia, di fronte a questo straziante ‘spreco di vita’ e di sofferenza vedere come, in questi giorni, i soliti giornali fanno a gara a chi è più allineato col pensiero unico. Noi ci stiamo preparando a una campagna senza precedenti contro chi vuole una legge letale parlando di rispetto per la libertà. Statene certi: nessuno di noi sarà rispettato, saremo tutti inutili e soli appena ci sentiremo fragili o saremo depressi”.

Non è una ragazza afflitta da mali profondi che ci si permette di giudicare, bensì una società che stabilisce candidamente quando una vita è degna di essere vissuta e quando no. Lo ha dichiarato a Tempi la modella tetraplegica neozelandese Claire Freeman, che oggi si batte contro la legalizzazione dell’eutanasia, ma che in passato ha tentato più volte il suicidio e alla quale i medici arrivarono a proporre la “buona morte” in Svizzera per alleviare le sue sofferenze:

«È sconvolgente come si sono comportati. Avevo appena tentato di suicidarmi e loro, guardandomi, vedevano solo
la mia disabilità. Non mi hanno chiesto come andava la mia vita, se lavoravo troppo, se provavo dolore, non hanno cercato di capire o approfondire la mia depressione. Hanno solo pensato: “Soffre, è su una sedia a rotelle: è ovvio che voglia morire”. Loro mi hanno dato la possibilità di scegliere, è vero, e nello stesso istante in cui mi hanno offerto questa possibilità hanno svalutato la mia vita. Ritenevano infatti una vita disabile non degna di essere vissuta.
E allora lo pensavo anch’io, perché ero depressa, stufa e arrabbiata. Ma sbagliavo».
 
Con le leggi sulla cosiddetta “dolce fine” dei minori e con la sistematica violazione dei principi etici non negoziabili
( vita, famiglia, libertà educativa ) e con la strisciante intossicazione del relativismo etico e pratico la dittatura sulle libere coscienze diventa tirannia politica.

Nella sedicente Patria del “pensiero moderno” l’Europa inizia a sgretolarsi per palese inadeguatezza morale. Dai Paesi Bassi l’epidemia della distruzione di vite fragili e innocenti minaccia di diffondersi, come la peste, nel resto del vecchio continente. Neppure l’Italia, terra d’elezione del cattolicesimo, è immune da questo cancro, se è vero che sul testamento biologico si stanno consumando degradanti mercanteggiamenti partitici.

La nuova Rupe Tarpea incombe sui nostri figli: in gestazione, anzi, persino prima ancora che diventino embrione, attraverso tecniche manipolatorie della vita ai suoi albori, si configurano come perfette vittime sacrificali. Secondo questa logica criminale, ciò che non ci piace, va eliminato. Millenni fa si buttavano dalla rupe i traditori della Patria, ora invece sono i traditori dell’umanità a spacciarsi per “Patria” e a trucidare innocenti come fossero pezzi inutili e difettosi in una catena di montaggio. E il prossimo passo verso il dirupo quale sarà?
 
Resta il dolore di una madre alla quale hanno detto che la vita di sua figlia «non era più significativa».

In Terris - Tempi
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