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ABUSO SUI MINORI-NELLE ORGANIZZAZIONI DEVIANTI
Testo dell’articolo del giornale

Abusa della figlia, Geova lo perdona
Nei guai due confessori dei Testimoni

La Stampa 21 Luglio 1996
MILANO. Potrebbe essere una delle (purtroppo) molte storie di violenza sui minori: un padre arrestato per atti di libidine violenta sulla figlia tredicenne. Ma in questo caso c'e' qualcosa di piu': un'indagine che coinvolge anche alcuni appartenenti ad una fede religiosa (i Testimoni di Geova), accusati di non aver denunciato cio' che l'uomo aveva raccontato loro in confidenza. Lo avevano punito per le sue colpe, allontanandolo dalle funzioni, ma non avevano risposto alle domande della polizia: cosi' adesso due "anziani" dei Testimoni di Geova si ritrovano indagati per favoreggiamento e false dichiarazioni al pubblico ministero. Non solo: la loro sede di culto e' stata perquisita e un documento interno alla chiesa, che conteneva appunto la confessione dell'uomo, e' stato sequestrato. La storia in se', quella del padre molestatore della figlia, ricalca in pieno lo schema fin troppe volte ripetuto: una famiglia in crisi, segnata da liti e da violenza; la figlia messa sotto tutela dai servizi sociali, allontanata da quel nucleo familiare (composto, oltre che da lei, dai genitori e da un altro bimbo di quattro anni) e affidata ai nonni materni. E qui la ragazzina che piange spesso, taciturna, introversa, che a scuola non rende. Turbe di carattere che si manifestano in modo plateale soprattutto dopo le sue visite in famiglia a Milano (i nonni vivono vicino Caserta). Inutile, in un primo tempo, il tentativo dei nonni di capire cosa le stia succedendo. Solo dopo parecchi tentativi decide di confidarsi, di raccontare che quando vede il padre - L. S., 33 anni, muratore - e si trova sola con lui, lui la tocca "in quelle parti" in modo morboso, e le dice certe cose, e... Non e' stata violenza carnale ma quell'insieme di cose che nel nostro codice si chiamano "atti di libidine violenta".
La ragazzina racconta, ma nessuno puo' confermare; anche la madre risulta del tutto ignara di quanto avveniva durante quelle visite a Milano. Allora gli inquirenti decidono di mettere sotto controllo i telefoni, della famiglia a Milano e dei nonni a Caserta. Una cosa risulta: una frequentazione assidua da parte di due "anziani" dei Testimoni di Geova (si chiamano cosi' quelli che hanno da tempo abbracciato quella fede e si occupano di proselitismo) con il padre della bambina. Anche lui e' un adepto e tanta assiduita' di contatti fa pensare al pm Pietro Forno che forse l'uomo possa aver confessato qualcosa. Convoca pertanto i due anziani come testimoni, ma questi rispondono di non sapere nulla. Qui si inserisce una questione sottile: nel culto dei Testimoni di Geova non esiste l'istituto della confessione e, a quanto pare, i due anziani non si sono appellati all'articolo del codice che tutela il segreto per i ministri di confessioni religiose. Cosi' da testimoni diventano indagati e la sede del culto a Seveso viene perquisita.
Qui si trova una busta sigillata a nome dell'uomo arrestato. Dentro c'e' il verbale di una specie di processo condotto da uncomitato giudiziario (si chiama cosi') composto da tre anziani. Davanti a loro il muratore ha confessato le sue colpe - di aver insidiato e toccato la propria figlia; un racconto identico a quello che aveva fatto la ragazzina - e si dice pentito. E c'e' la condanna (religiosa) imposta dai tre anziani: l'allontanamento da tutte le funzioni religiose per un certo periodo. Il contenuto della busta viene sequestrato. Inutile il tentativo dei Testimoni di Geova di riottenerlo indietro, in quanto documento coperto da segreto perche' redatto da ministri del culto: secondo il Tribunale della liberta', cui era stata presentata l'istanza di dissequestro, quei fogli sono indispensabili per le indagini. (r. m.)
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